DASPO: il provvedimento del Questore non può limitare l’attività dello sportivo professionista, se da questa deriva una retribuzione.

DASPO: il provvedimento del Questore non può limitare l’attività dello sportivo professionista, se da questa deriva una retribuzione.

Chiamata a pronunciarsi in materia di divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive, c.d. DASPO (art. 6, L. 13 dicembre 1989, n. 401), la Corte di cassazione ha recentemente stabilito che tale provvedimento, posto a tutela dell’ordine pubblico, non può trovare applicazione nei confronti dello sportivo professionista retribuito, al quale non può quindi essere precluso l’accesso agli impianti sportivi per lo svolgimento della propria attività lavorativa, essendo applicabile esclusivamente nei confronti dei non professionisti, cioè di quegli sportivi che non ricevono alcun emolumento: secondo la Suprema Corte, infatti, trattandosi di un ordine amministrativo con il quale può inibirsi solo l’accesso ai luoghi nei quali è previsto lo svolgimento di manifestazioni sportive, ma non l’attività lavorativa – e tale deve essere considerata, a tutti gli effetti, quella sportiva, se remunerata –, sarebbe illegittimo se fosse disposto nei confronti di chi faccia dello sport la propria professione e, così, la propria fonte di guadagno, poiché, così facendo, si consentirebbe un’interpretazione (e, per l’effetto, un’applicazione) estensiva della norma, i cui effetti diventerebbero oltremodo punitivi, andando a limitare eccessivamente – ben oltre la lettera della legge e l’intenzione del Legislatore – la personalità di chi fosse colpito dal divieto (Cass. pen., Sez. III, 27 settembre 2021, n. 35481).